Shop
+
All
Vibratori
Integratori
Benessere intimo
Sets
Extras
Tutti
Se non lo vedi non esiste: è davvero così? Ecco chi è unə LoveGiver

Insieme a G., operatrice all’emotività, affettività e sessualità, Stella ci spiega perché una così importante figura professionale rimane invisibile.

da Redazione | 27 Giugno 2022
Illustrazione sul tema dei lovegiver
Cecilia Grandi

A cura di Stella / @a.luci.accese

Qualche settimana fa ho incontrato G. una persona che fa parte di L’O.E.A.S. (operatori/operatrici all’emotività, affettività e sessualità) che nasce grazie al lavoro dell’associazione LoveGiver che da anni lotta per garantire il diritto alla sessualità delle persone con disabilità motorie e/o cognitive.

Chi è unə LoveGiver

La sessualità è parte integrante dello sviluppo psichico ed emotivo dell’individuo. Immaginiamo di essere spogliatə, lavatə, vestitə, ma di non avere contatti fisici sensuali; di poter esprimere limitatamente o per niente la nostra sessualità o essere percepitə come privə di desideri affettivi e sessuali. Che effetto farebbe?

Diventa così necessaria l’introduzione di una figura professionale che, solo dopo aver completato un corso di formazione sui diversi aspetti della sessualità e della disabilità, intervenga in un processo di educazione alla consapevolezza emotiva, fisica ed erotica; al riconoscimento e alla sperimentazione del piacere e accompagni al raggiungimento di un’autonomia affettiva e sessuale.

“LoveGiver is work!”

È un lavoro? Ebbene sì, il/la lovegiver è una professione a tutti gli effetti. Esiste un Codice Etico che definisce il cosiddetto Protocollo di Intervento e deve essere sottoscritto dall’O.E.A.S. e dal richiedente, quindi l’assistitə e la sua famiglia o tutore/tutrice legale. L’intervento di unə lovegiver, che ha un inizio e una fine ben strutturati e non superiori ai 12 incontri, è diviso in tre fasi: accoglienza, ascolto e contatto.

Le prime due fasi riguardano la conoscenza della persona e l’analisi della situazione; tuttavia, il compito dell’O.E.A.S. non è quello di interpretare cosa accade nella psiche dell’assistitə, bensì ascoltare, supportare ed accompagnare al riconoscimento dei propri bisogni.

La terza fase, più operativa e costruita ad hoc sulla persona, è dedicata alla corporeità e alla sessualità e può essere un percorso educativo-conoscitivo del corpo, delle emozioni e dei desideri, o può essere più orientato alla percezione corporea e alla sperimentazione sensoriale. Gli incontri non prevedono rapporti sessuali penetrativi o orali; è invece consentita la pratica masturbatoria solo previa valutazione del reale beneficio educativo.

Da ricordare che l’O.E.A.S. e l’assistitə sono seguiti da unə supervisore psicologico durante tutto il percorso.

L’esperienza di G.

Ho chiesto a G. quali fossero le difficoltà che ha incontrato durante il suo percorso formativo e mi ha confermato che sono varie.

G. «Innanzitutto quella di eliminare il parallelismo tra O.E.A.S. e prostituzione e qui mi allaccio all’elemento più difficile da gestire durante il percorso: la famiglia. Spesso la famiglia richiede l’intervento per far vivere al/la figlio/a un’esperienza meramente sessuale, cosa che noi non facciamo. Oppure rimane bloccata nell’immaginario disabile-angelo senza sesso. E cosa succede se parliamo di orientamento sessuale della persona disabile?

Diventa dunque necessario capire quali sono le reali esigenze della persona assistita, al di là delle pretese dei genitori. Per quanto riguarda l’intervento in sé, la difficoltà sta nell’evitare l’innamoramento e quindi sono necessarie alcune regole: non avere atteggiamenti equivoci, chiarire i ruoli, ma anche stabilire il numero di incontri e il loro costo. In caso di innamoramento è necessario interrompere l’intervento.»

A questo punto G. mi racconta come è nata dentro di lei l’esigenza di intraprendere questa professione.

G. «Tutto è nato qualche anno fa durante un matrimonio, quando ho rivisto M., quarant’anni e una lieve disabilità cognitiva. Per il lancio della giarrettiera lui, celibe, si mette in mezzo scatenando le risate e occhiate divertite degli amici e invitati. Quando ci avviciniamo al tavolo, i genitori gli dicono: “Madonna ma ti immagini se avessi preso la giarrettiera?”. Lui si arrabbia, mi prende per mano e usciamo fuori. La sua reazione è stata chiara ed è scattato qualcosa dentro di me.

Viviamo in un mondo castigato che snatura il sesso e ne fa un prodotto e allo stesso tempo sceglie quali persone possono fruirne e quali no.

Mi sono chiesta: cosa posso fare io? Non ho mai avuto problemi a parlare di sesso, inoltre mi ritengo più predisposta ad una comunicazione non verbale, quindi ho pensato, perché non aiutare quelle persone che vogliono conoscere e sperimentare il piacere e avere un contatto fisico? Questo è il motivo per cui, tornata a casa, digitando “assistenza sessuale in Italia”, ho trovato LoveGiver.

Vivo bene questa scelta, ho sicuramente timore di non essere all’altezza o non riuscire ad entrare in comunicazione, ma allo stesso tempo credo tantissimo nel potere dell’empatia.»

Il mondo circostante non si è limitato nei commenti, continua.

G. «Certe cose le so perché mi sono state dette senza problemi. Alcuni mi hanno detto “ah ma fai la puttana!”. Altre persone sono rimaste sbalordite. Sicuramente siamo molto indietro ed esiste ancora un grande pregiudizio sulla sessualità delle persone disabili e in generale sulla sessualità che si allontana da quei canoni costruiti e fasulli.

Penso che sia un argomento che lascia ancora perplesse le persone che non riescono ad uscire dall’idea del rapporto carnale penetrativo e pornograficamente performativo. Il sesso è molto altro, è coccolarsi, accarezzarsi, scoprire il proprio piacere e quello altrui, invece si ha subito un’immagine quasi sporca e peccaminosa, ancora di più se si parla di corpi non conformi e di neurodiversità.»

Mi chiedo quali siano i dubbi che accompagnano una persona in questo percorso, mi immagino non sia semplice; da un lato la società e dall’altro le famiglie che puntano il dito dimenticandosi degli esseri umani, fingendo di non vederli in un’ottica di infantilizzazione totale.

G. mi risponde: «Ho molti dubbi perché come dicevo prima credo che il sesso sia un argomento che vende tantissimo e questo mi spaventa. Il marketing sta toccando le sfere più intime della vita quotidiana e tutto viene un po’ mercificato, quindi ho paura che questo non stia andando di pari passo con una reale educazione alla sessualità.

La mia generazione e quelle precedenti non hanno ricevuto un’educazione sessuale e, lo sappiamo bene, questo ha creato tantissimi problemi, primo fra tutti quello legato al consenso. Esiste un immaginario pornografico molto solido, costruito negli anni e penso che sia difficile riuscire a scardinare alcuni punti critici.

Credo che le donne stiano facendo un gran lavoro e che sia femminile la spinta al cambiamento verso un sesso sano, naturale, imperfetto. Ci sono tantissime donne e persone queer che stanno dando un grandissimo contributo sull’argomento, stanno rompendo i tabù più radicati e portano finalmente il proprio punto di vista sul sesso, sul proprio piacere e su come voler vivere il proprio corpo nelle sue diversità e unicità.»

Grazie G. per avermi illuminata e avermi concesso di raccontare la sua storia, nella speranza di una società in grado di perseguire davvero il benessere della persona.

About Stella / @a.luci.accese

Psicologa e psicoterapeuta, consulente sessuale e sessuologa clinica, esperta di piacere e sex toys.

Parla di sesso come piacere, di erotismo senza tabù o limitazioni, di pratiche sessuali, di sensazioni, paure, emozioni e desideri. Per permettere a tuttə di scoprire gli aspetti della propria sessualità senza pregiudizi.

Articoli Relativi