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Il peso che non sapevamo di avere sulle spalle: il carico sessuale

Applicato alla sfera intima, il carico mentale svela gli sforzi e impegni “invisibili” sui quali si costruisce la sessualità oggi.

da Aurelie.b | 8 Novembre 2020
Illustrazione di Laura Berger con donne per Yspot good vibrations blog: il carico sessuale

Da qualche anno si parla spesso del carico mentale che pesa sul quotidiano delle donne, un peso fatto di responsabilità e cura dei dettagli. Declinato nella sfera intima, diventa carico sessuale, ovvero gli sforzi e impegni “invisibili” sui quali si costruisce la sessualità moderna.

Alla base di tutto: il carico mentale

Cos’è il carico mentale?

Il carico mentale si riferisce al fatto che le donne spesso si trovino a prendere in carico ogni aspetto della sfera domestica all’interno di una coppia o famiglia. La realtà del carico mentale non è nuova; il peso delle responsabilità domestiche è sempre stato al centro del discorso femminista e della ricerca della parità tra i sessi. Il termine però rinasce nel 2017, quando l’illustratrice e blogger francese Emma pubblica il fumetto che traduce attraverso una serie di vignette quelle situazioni del quotidiano in cui si sono subito riconosciute moltissime donne, in Francia e oltre; in Italia è uscito nel 2019 con il titolo “Bastava chiedere” perché quella è spesso la risposta che viene data dagli uomini stessi.

Perché parliamo di carico mentale al femminile

Il carico mentale nasce da una divisione dei ruoli nata e veicolata da dinamiche patriarcali ben radicate. La rivoluzione #metoo e il lavoro di decostruzione che molti di noi stanno cercando di applicare alle proprie vite mettono in evidenza quanto la nostra società sia ancora androcentrica. La prevalenza della prospettiva maschile si traduce anche nella sfera intima, attraverso l’ipertrofia della sessualità maschile. Su cosa è costruito questo modello? Sul lavoro invisibile delle donne.

Decostruendo il carico sessuale

Il carico sessuale si riferisce al carico mentale applicato alla sfera intima. […] Un peso, perché nessun’altro ha voglia di occuparsi di questo lavoro poco valorizzato e decisamente poco valorizzante. Per tante donne, la sessualità assomiglia a una to-do list infinita, che non esclude il piacere ma comprende, tra tante cose: la gestione della libido, l’anticipazione del desiderio altrui, l’ansia legata alla frequenza dei rapporti o alla loro assenza, il calo del desiderio e il senso di colpa che genera…”. Ce lo spiegano le giornaliste francesi Clémentine Gallot e Caroline Michel che nel 2020 hanno pubblicato “La Charge Sexuelle” per esporre i modo in cui il carico mentale ha invaso i nostri letti.

Dittatura della desiderabilità

Lo si potrebbe chiamare “carico estetico”: l’insieme di standard e aspettative definiti per regolare l’apparenza delle donne nella sfera sessuale e oltre. Al centro di tutte le pratiche e rappresentazioni, il corpo delle donne cristallizza il desiderio, e da soggetto diventa oggetto attraverso il prisma del male gaze. Quello che potrebbe essere fonte di potere, ed è a volte rappresentato come tale, diventa un’ennesimo strumento di controllo; rientrare nei canoni della desiderabilità diventa una condizione d’accesso alla felicità sessuale. Risuonano sempre di più voci contrarie che dipingono una femminilità fuori dagli schemi patriarcali, una body positivity che difende peli, imperfezioni e la libertà di scegliere come rappresentare il proprio corpo. Ma quante di noi hanno raggiunto il giusto grado di emancipazione per rinunciare all’indossare intimo considerato “seducente”, per imparare a deeroticizzare il proprio corpo? Il sistema patriarcale è forte perché insidioso; e il fatto che l’immaginario sessuale collettivo attraverso il quale molte di noi hanno costruito la propria sessualità sia popolato da una maggioranza di rappresentazioni maschili ha fatto molto per convincerci che quel modello di femminilità è quello che vogliamo veramente.

Il piacere maschile al centro

L’orgasmo femminile va di moda, e le ingiunzioni al raggiungimento del massimo piacere si moltiplicano. Lo svolgimento del rapporto rimane spesso dettato dall’arco del desiderio maschile: nasce con un’erezione, si articola intorno alla penetrazione e si conclude con un’eiaculazione. Nonostante il sesso penetrativo crei un’asimmetria del piacere (abbiamo trattato del pleasure gap qui), sono molte le donne che mettono le proprie esigenze in secondo piano; per Clémentine Gallot e Caroline Michel, si tratta di dover “fare del bene” e di “farlo bene”. Essere belle non basta, bisogna essere brave; non troppo brave però perché la “rispettabilità” è ancora percepita come inversamente proporzionale all’esperienza. Su sottofondo di liberazione sessuale, molte riviste femminili hanno fatto il gioco del “carico del piacere” con i numerosissimi articoli di consigli e inviti alla sperimentazione. Tra quelle pratiche, poche prendono in considerazione il piacere delle lettrici stesse, come evidenziato dal linguaggio usato; si tratta di “farlo impazzire”, di “quello che gli uomini vogliono”… Tornando alla nuova attenzione data all’orgasmo femminile dal mondo maschile, possiamo identificare un’ulteriore fonte di stress che pesa doppiamente sulle donne: un senso di obbligo di godere legato alla vergogna di essere percepita come “frigida” e al fatto di dover rassicurare un partner, e il suo ego, sulle sue performance e quindi la sua “maschilità”.

La contraccezione: prerogativa femminile o responsabilità condivisa?

Non si tratta di negare l’importanza storica della contraccezione, strumento centrale alla liberazione sessuale degli anni 60: “d’ora in poi decido io”. La pillola e il libero accesso alla contraccezione, che in Italia è stata depenalizzata nel 1971, hanno rappresentato un passo davvero significativo per le donne. Ma con la scusa che la pillola è infatti l’affare delle donne, pochi uomini assumono la loro parte di responsabilità o affrontano il costo della contraccezione, anche quando rifiutano metodi alternativi come il preservativo. Anche qui, gran parte della colpa è del patriarcato e del peso dei ruoli sociali. Secondo la ricercatrice Cécile Ventola, citata da Gallot e Michel, “dal momento in cui la prevenzione della gravidanza viene percepita come responsabilità femminile, l’interesse di un uomo nei confronti della contraccezione può essere percepita come trasgressione di genere e della divisione sessuata delle attività sociali, esponendolo all’emarginazione sociale”.
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