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Il sex work è lavoro e il grido alla decriminalizzazione

Avvolto ancora da stigma e tabù, il sex work è da sempre al centro di dibattiti tra femminismi e moralismi. Ma cos’è davvero?

da Giada | 6 Giugno 2022
Illustrazione di una gamba con il grido sex work is work
Cecilia Grandi

Cos’è il sex work e chi sono le persone che si definiscono come sex workers? Non è un segreto che il sex work riguardi il sesso e la sessualità, sì, ma in particolare è un lavoro. E che tipo di lavoro? Qual è il significato che la società e la cultura gli attribuisce? Il sex work riguarda i corpi — delle donne, sì, ma soprattutto è formato da soggettività e identità differenti. Tutte valide, che non vanno negate ma considerate. Attraverso saggi, documenti e studi proviamo insieme a rispondere alla domanda cos’è il sex work.

Il lavoro sessuale esiste in un mondo in cui sessualità e denaro si accompagnano spesso, sostenendosi a vicenda, ognuno con il suo potere.* Passando dapprima per la morale cattolica, fino ad arrivare ad oggi; questioni che riguardano la sfera sessuale, come la prostituzione e la pornografia, hanno da sempre generato molte discussioni, rimanendo non solo centrali nei dibattiti contemporanei tra femminismi ma trasformando anche il linguaggio nel tempo. Al passo con la società e i cambiamenti economici.

Cos’è il sex work? Tra parola e rivendicazione

Sex work è un termine ombrello e si riferisce a tutte quelle attività che offrono un servizio sessuale, erotico e/o romantico in cambio di denaro e/o doni. Le/i sex workers sono escort, sugar baby, spogliarellistə…; è chi lavora per strada, per linee erotiche, in cam, nella pornografia e film erotici o chi crea contenuti audio e/o video destinati alla vendita online e via dicendo.

La parola sex worker nasce tra la fine degli anni ‘70 e gli inizi degli anni ‘80, diffondendosi in Italia a partire dal 1994 grazie a gruppi femministi di sex workers del tempo. La necessità di una nuova espressione diventa politica e fondamentale per rigettare stigma sociali e morali. Parole come puttana o troia sono state così rivendicate nel tempo, poiché la whorephobia (ovvero la paura, l’odio e i pregiudizi verso chi fa sex work o in modo più ampio verso tutte quelle persone sessualmente libere) è talmente radicata nella coscienza collettiva che non è necessario essere effettivamente unə sex worker per diventare vittima di battute, violenza o pregiudizi.

Il sex work quindi comprende tutti quegli accordi commerciali espliciti e volontari tra due o più parti, che possono andare anche oltre il sesso. Come ad esempio può essere un accordo romantico, di compagnia o la vendita di indumenti usati come mutande o scarpe, senza contare la gestione dei social che richiede l’esercizio online.

Qualsiasi tipo di coercizione o abuso non fa parte dell’insieme e va punito: il pensiero che porta a paragonare qualunque forma di scambio di sesso per denaro alla violenza non rende possibile comprenderne la complessità e le molteplicità; non rende possibile sviluppare pensieri e pratiche veramente capaci di sostenere la lotta alla salute, ai diritti e all’autodeterminazione delle persone coinvolte nel sex work.

La considerazione del sex work e le sue leggi

Quello che da sempre sex workers e attivistə sostengono è la necessità di trattarlo come una forma decriminalizzata di lavoro. Ovvero considerarlo semplicemente come una qualsiasi altra professione. Focalizzandosi sui diritti umani e lavorativi, intervenendo e punendo solo quando realmente viene commesso un crimine: se non ché ogni forma di sfruttamento, traffico, abuso e violenza.

Questa linea di pensiero è la più diffusa all’interno dei movimenti transfemministi di oggi che come modello di riferimento hanno quello neozelandese. Dove il sex work è decriminalizzato e viene riconosciuto come legittimo dalle istituzioni.

La situazione in Italia però, da più di 60 anni, è ferma alla legge Merlin e il suo approccio abolizionista che non solo rende impossibile praticare la professione, per lo meno al di fuori dalle mura di casa propria, ma rinforza lo stigma morale associato alla prostituzione. Considerando il sex work solo come frutto di una realtà di sfruttamento e le/i sex workers come “vittime da salvare”.

Morale, dignità e libertà

Il panico che genera la morale e che circonda la questione della tratta, mette in secondo piano le condizioni di ingiustizie sociali (i.e. basate su etnia, genere, identità e classe) che rendono le persone vulnerabili allo sfruttamento, così come le strategie utilizzate per superare tali vulnerabilità (come può essere il lavoro sessuale). Per questo motivo è necessario comprendere la portata della tratta di esseri umani e della schiavitù sessuale per combattere lo sfruttamento.

Sfruttamenti, abusi e coercizioni esistono, purtroppo, in qualsiasi settore lavorativo. Non solo in quello sessuale.

È la continua alimentazione della cultura dello stupro, che vede il corpo come qualcosa di dovuto. È la morale dietro al sesso, è lo stigma enorme che si porta dietro la donna sessualizzata. Madonna o prostituta. È il riflesso di una società che ancora oggi più che mai ha bisogno di un cambiamento a livello sociale e culturale.


*Il potere del sesso e del denaro spesso vanno insieme, ma come è emerso dalla lettura di Feminist Sex Wars, non è il denaro che rende merci: è la cultura sessista in cui viviamo, che nel vedere le donne sessualizzate e infantilizzate le riduce a corpo come merce.

Sources:

Arianna Pasqualini, «Feminist sex wars», Diacronie [Online], N° 32, 4 | 2017

Sex work is work, Giulia Zollino, Eris Edizioni, 2021

Sex Work. Il farsi lavoro della Sessualità, Giulia Selmi, 2016

Searching Eva, Pia Hellenthal, 2019

Ombre Rosse, collettivo transfemminista di Sex Workers

Georgina Beyer | Full Address and Q&A | Oxford Union

Elliot Douglas, Sex workers speak out against German prostitution law, dw.com

Sex Work: Writings by Women in the Sex Industry | Asa Akira, Priscilla Alexander, Frédérique Delacoste

GENDER, SEX WORK, AND SOCIAL JUSTICE | Sociologists for Women in Society, Fact Sheet

“Our struggle will not succeed unless we rebuild society”, An interview with Silvia Federici, By Alana Moraes and Maria A.C. Brant

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