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Ipocrisia e fallimento del complesso madonna-prostituta

Tra doppi standard e ruoli di genere, vediamo come questa dicotomia sia la messa in scena del fallimento a cui sono destinatə tutte le donne.

da Giada | 13 Giugno 2022
Ritratto di una donna con scritta relativa al complesso madonna-prostituta
Cecilia Grandi

Dicotomia, opposti, paradossi. Cos’è il complesso madonna-prostituta? Al di là del suo significato psicoanalitico, credo sia la messa in scena del fallimento a cui siamo destinatə se non siamo dispostə a superare l’oppressione che l’ha creato. Le teorie femministe suggeriscono che la dicotomia madonna-prostituta derivi dal desiderio di rafforzare il male-gaze al servizio di un piacere sessuale prettamente maschilista; in sostegno di un dominio sociale patriarcale.

Nonostante in un certo senso possa sembrare anacronistico parlare del complesso madonna-prostituta oggi, abbiamo per secoli performato questo costrutto binario della sessualità, della famiglia e del rapporto tra uomo e donna. Trascinandoci dietro i resti. Per questo motivo è nata l’urgenza di analizzare gli aspetti come la sessualità; l’identità; l’attrazione; il desiderio; al di fuori di un sistema che polarizza la percezione delle donne come “buone”, caste, pure e quindi “madonna” o come “cattive”, promiscue, seducenti e quindi “prostituta”. Mai entrambe.

L’inapplicabilità degli opposti madonna-prostituta

Il ruolo che gli stereotipi di genere hanno nel controllare l’autodeterminazione delle donne e nel limitarne la libertà sessuale, forniscono la prova che la continua approvazione della dicotomia madonna-prostituta può avere delle conseguenze personali e psicologiche sia per gli uomini che per le donne stesse. Osservando uno studio del 2019 è emerso che:

  • negli uomini adulti eterosessuali questo complesso è in grado di provocare disfunzioni relazionali e incapacità di mantenere l’eccitazione sessuale all’interno di una relazione amorosa consolidata;
  • nelle donne invece è causa di preoccupazione verso la propria reputazione sessuale e percezione di sé, e la vergogna che crea verso i propri desideri sessuali ne riduce la libertà. Questo crea un doppio vincolo, soprattutto nelle giovani donne, poiché ci si aspetta che siano desiderate, ma non desiderose.

In una società in cui il significato delle parole cambia in continuazione, mantenere la complessità delle identità è necessario. Il problema con gli estremi così forti è che sono inapplicabili e comunque destinati a fallire perché non soddisferebbero lo sguardo di chi li impone. È proprio per l’esistenza delle molteplicità dell’individuo che potrebbe essere impossibile adempiere ad una sola parola — ma possibile invece rivendicarle o crearne di nuove.

Erotismo, poteri e parole

La penombra del desiderio che ha, sotto l’influenza della politica della Chiesa, per secoli oscurato la sessualità femminile — ridotta a corpo passivo, emblema della tentazione, fragile, vergine, sensuale… l’illusione che la libertà sessuale sia una condizione primaria per la sola felicità individuale (e non collettiva) appaiono in realtà prive di significato.

Il problema con la separazione degli opposti, ad esempio, è la riduzione a dei mondi appiattiti. L’attrazione, il desiderio, sono poteri che ci hanno insegnato a non ascoltare. Sospettare del proprio potere erotico e sopprimerlo, in favore di un illusorio controllo di sé, non porta alla perfezione o autodisciplina ma alla negazione di sé. La forza del potere erotico è quella che ci permette di avere auto-conoscenza, di essere desideratə e desiderosə allo stesso tempo.

L’uso temuto dell’erotico, come Audre Lorde descrive nel suo intervento “L’erotico come potere“, è una risorsa che si trova dentro ad ognunə di noi. La forza con cui opera l’oppressione è proprio questa: distorce ogni forma di potere, tra cui anche quello erotico. Rovesciando la medaglia del linguaggio inoltre, possiamo accorgerci come queste parole opposte facciano in realtà parte dello stesso spettro.

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