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La body positivity è davvero così positiva? Una riflessione.

Il movimento #bodypositive ha perso di vista le sue promesse iniziali. Forse è ora di cercare un’alternativa più neutra?

da Aurelie.b | 28 Marzo 2021
Corpi che rappresentano la sensualità femminile

Sembrava tutto così bello all’inizio, e come in ogni storia contemporanea, il nostro amore era stato ampiamente condiviso su ogni piattaforma social attraverso contenuti dedicati… Poi sono arrivati i primi dubbi su quanto fossimo giusti uno per l’altro: gli effetti sulla nostra autostima non erano così evidenti, e stavamo iniziando a sentirci trascurati. Ed è così che abbiamo aperto gli occhi: la body positivity come la pratichiamo oggi ha perso di vista quasi tutte le sue promesse iniziali. Forse è ora di cercare un’alternativa più bilanciata… e neutra? 

#bodypositivity: com’è iniziato vs come sta andando.

Nata come strumento di liberazione…

All’inizio c’era la volontà di federare una community basata su ascolto, empatia e supporto con lo scopo di liberarsi dalle rappresentazioni socioculturali mainstream e dal loro impatto su rapporti spesso conflittuali al corpo. Prima della #bodypositivity c’era The Body Positive, un movimento fondato da Connie Sobczak e Elizabeth Scott nel 1996; insieme a Debby Burgard, hanno iniziato a usare e diffondere il messaggio “body positive” negli anni 90 per definire “uno stile di vita che ci permette di amare, prenderci cura e trarre piacere dal nostro corpo”.  Lo scopo? “Trovare le risorse necessarie per vivere con i massimi livelli di self-love e self-care”. Prima della body positivity, c’era la fat acceptance, sviluppata negli anni 60 contro la discriminazione negli spazi pubblici, sul posto di lavoro o presso studi medici.

L’esistenza della body positivity implica una controparte, quella della body negativity. Mentre ci sono diversi fattori per spiegare la propensione contemporanea a sviluppare un immagine di sé negativa, il ruolo dei media mainstream è tra i principali colpevoli. Da canoni estetici stretti nasce un senso d’inadeguatezza legato all’assenza di rappresentazione; dall’assenza di rappresentazione nasce l’interiorizzazione di standard poco realistici; dall’interiorizzazione di standard poco realistici nasce l’insoddisfazione nei confronti del proprio corpo.

Essere consapevoli delle dinamiche non basta a liberarsene, ed è lì che interviene la body positivity. Nella mente di chi l’ha concepito, il movimento body positive dovrebbe seguire una logica grassroots, una diffusione dal basso attraverso “body positive leaders” e “body positive groups” nelle scuole, università e altre sfere locali. Nella realtà attuale però, viviamo quasi sempre la body positivity attraverso il filtro dei social media e campagne pubblicitari.

… ormai diventata uno strumento di marketing?

Lo ha detto Lizzo in un’intervista su Vogue, e lo hanno detto altre voci prima di lei: la body positivity è stata riappropriata, fino al punto di perdere di vista il suo significato originale. La giornalista Bethany Rutter lo ha spiegato bene in un pezzo scritto per Dazed Digital; attraverso l’espressione Socially Acceptable Body Positivity, ha identificato il modo in cui (moltissimi) brand e (alcuni) influencer si sono focalizzati su una definizione strettissima fatta di corpi per la maggior parte bianchi, “morbidi” ma non troppo, cisgender, abili, giovani… Qualche smagliatura, un velo di cellulite, un accenno di rotolo… : sono quelle le micro-“imperfezioni” di cui si nutre troppo spesso la #bodypositivity come viene praticata oggi. Fino a marginalizzare i corpi che più dovrebbero essere resi visbili.

Oltre al cinismo, questo fenomeno è la dimostrazione di come percezioni superficiali ed erronee di quello che viene considerato “salute” vengono usate come fattore discriminante e giustificazione per escludere corpi considerati “malati” da un movimento nato per legittimarli.

Verso la body neutrality?

Perché stiamo diventando #bodyneutral?

Se il concetto di body neutrality nasce nel 2015, non è mai stato così necessario in un contesto di “positività” limitata e limitante.

Lo scopo della body neutrality è di rimuovere le considerazioni estetiche dal nostro rapporto al corpo per concentrarsi su quello che può (o non può) fare. Il corpo non è più una comodità ma un veicolo, da trattare con cura senza valutazioni generate dalla sua immagine o dai modi in cui viene percepito, internamente o esternamente.

Il tempo e l’energia mobilizzati dall’autocritica sono considerabili; le conseguenze sulla salute mentale notevoli. Quello che il movimento body neutral ha capito è che gli standard di bellezza, per quanto possano essere (fintamente) “inclusivi”, dovrebbero invece essere superati per permetterci di considerare il corpo senza il peso dell’autosoddisfazione superficiale. Se abbandoniamo gli standard, abbandoniamo il senso di obbligo nel dichiarare quanto amiamo il nostro corpo. Paradossalmente, le ingiunzioni ripetute all’amarci potrebbero infatti diventare ostacoli maggiori nello sviluppare self-love.

Spostare l’attenzione dall’estetica: un’altra forma di self-love

La body neutrality suggerisce metodi alternativi per pensare e apprezzare i nostri corpi, basati su variabili come la salute o il benessere. Mentre entrambi sono concetti ampi e soggettivi, una pratica body neutral può essere radicata in rituali quotidiani disegnati per stimolare e ispirare. Un approccio body neutral sposta l’attenzione da come le nostre azioni possono impattare la nostra apparenza per focalizzarsi sulle sensazioni che generano.

Tra i rituali da implementare, non possiamo non suggerire una routine di benessere sessuale. Se le sensazioni diventano la chiave di un rapporto pacificato al corpo, quelle che genera l’esplorazione del nostro piacere sono tra le più notevoli. Stiamo quindi dicendo che masturbarsi ci riempirà di amore istantaneo per il nostro corpo? Non proprio. Ci sembra però una strada giusta da percorrere nella ricerca di soddisfazione aldilà dell’apparenza fisica? Decisamente.

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